Perché alcuni tipi di cancro non rispondono più alle terapie? E perché alcuni tumori riescono a sfuggire al sistema immunitario? Di questi problemi si è occupato un progetto di ricerca sulla resistenza dei linfomi a cellule B.
Perché alcuni tipi di cancro non rispondono più alle terapie? E perché alcuni tumori riescono a sfuggire al sistema immunitario? Di questi problemi si è occupato un progetto di ricerca sulla resistenza dei linfomi a cellule B.
Malgrado i grandi progressi nella medicina oncologica, la terapia dei tumori recidivanti o resistenti ai trattamenti rimane una sfida ardua, in particolare quando le cellule tumorali non sono più riconosciute come tali dalle difese immunitarie.
Il progetto sostenuto dalla Ricerca svizzera contro il cancro ha perseguito un approccio innovativo: invece di aggredire direttamente il tumore, la giovane ricercatrice Dr. Justine Epiney ha studiato come l’interazione tra le cellule del tumore e quelle immunitarie sia influenzata dal loro metabolismo. Il metabolismo – ossia il modo in cui le cellule assorbono e trasformano le sostanze nutritive – svolge un ruolo centrale per l’attività delle cellule immunitarie e la loro capacità di lottare contro le cellule tumorali.
Per trovare nuovi bersagli terapeutici, all’inizio sono state esaminate sistematicamente varie migliaia di molecole, con lo scopo di identificare sostanze in grado di amplificare la risposta immunitaria contro il tumore. Nella loro opera di setaccio, i ricercatori si sono imbattuti in una piccola molecola particolarmente promettente, chiamata PhagoBooster One (PB1).
Ulteriori analisi hanno mostrato che PB1 influenza in modi diversi le cellule tumorali e il sistema immunitario. La molecola blocca un enzima coinvolto nella produzione di determinati acidi grassi molto importanti per il funzionamento della membrana cellulare delle cellule tumorali. Facendo mancare questi lipidi, PB1 altera la superficie delle cellule, di modo che sono riconosciute più facilmente dal sistema immunitario e i tumori che fino a quel momento riuscivano a sfuggire al sistema immunitario diventano più vulnerabili al suo attacco.
Nello stesso tempo, PB1 agisce sul metabolismo delle cellule immunitarie, modificando la produzione di energia. Le cellule iniziano a utilizzare più zucchero anziché i grassi come fonte energetica, il che ne migliora la funzione. PB1, quindi, funge da potenziatore della risposta immunitaria naturale e aumenta l’efficienza del sistema immunitario nell’infiltrare e distruggere i tumori.
Nei modelli preclinici con topi, Epiney ha dimostrato che PB1 rallenta la crescita tumorale e migliora il tasso di sopravvivenza, senza causare effetti indesiderati rilevanti. Questi risultati suggeriscono che in futuro PB1 potrebbe essere ulteriormente sviluppata per integrare le terapie esistenti, in particolare l’immunoterapia.
Le conoscenze acquisite gettano le basi per ulteriori ricerche. Come prossimo passo, Epiney esaminerà i risultati in modelli ancora più vicini alla realtà clinica, per esempio in campioni di pazienti. Inoltre è stato depositato un brevetto per consentire l’ulteriore sviluppo terapeutico di PB1.
Epiney ha realizzato il progetto nel quadro del suo lavoro di dottorato con il sostegno di una borsa di studio MD-PhD della Ricerca svizzera contro il cancro. Nel frattempo, ha iniziato il suo perfezionamento medico in emato-oncologia. L’interconnessione tra ricerca e clinica le sta particolarmente a cuore.
Numero del progetto: MD-PhD-5595-06-2022
Il progetto è stato reso possibile dalla Ricerca svizzera contro il cancro in collaborazione con la Fondazione BRYN TURNER-SAMUELS.
